Articolo scritto da Elisabetta Maurutto

Il “coronavairus” e i tranelli dell’inglese

In Italia è arrivato il famigerato COVID-19 e non si salva nessuno. Non dal contagio, per carità, confidiamo che il buon senso e il rispetto delle direttive emanate dal Ministero della Salute riporteranno presto la situazione alla normalità. Mi riferisco piuttosto al fatto che, anche in questi giorni, abbiamo avuto la conferma che l’inglese per noi italiani continua a essere una vera e propria bestia nera.

Dalle sue insidie non sono immuni (pun intended) nemmeno i giornalisti di alcune delle più importanti testate nazionali che, presi con ogni probabilità dall’ansia e dall’ANSA (dati e statistiche su morti e contagiati che vengono aggiornate in tempo reale, esperti e politici che si citano, commentano e attaccano a vicenda), abbassano la guardia e scivolano con tonfi imbarazzanti sul primo allotropo.

In tutto il mondo si segue con trepidazione il diffondersi dell’epidemia grazie alla mappa creata e aggiornata regolarmente dal Center for Systems Science and Engineering del dipartimento di Ingegneria Civile e dei Sistemi della Johns Hopkins University. I dati forniti mostrano il totale dei contagi confermati (confirmed), il numero dei decessi (deaths) e infine quello dei pazienti guariti (recovered).

Il diavolo però ci ha messo lo zampino e ha voluto che l’inglese “recovered” somigliasse pericolosamente all’italiano “ricoverati” (l’ennesimo, temutissimo false friend). Ed ecco che, nella foga del momento, la notizia si (e ci) stravolge e il 18 febbraio La Repubblica ci informa che nel mondo si contano 13.124 persone ricoverate per coronavirus. Un dato completamente senza senso, dal momento che secondo i numeri forniti dal sito www.worldofmeters.info in quello stesso giorno nella sola provincia di Hubei i pazienti ricoverati (hospitalized in inglese) erano ben 43.471!

(da un tweet di Luca Fois)

Ma per fortuna la gente non (sempre) dorme e non c’è voluto molto perché i lettori più attenti si accorgessero dell’errore, che è prontamente e spietatamente rimbalzato sui social. Nei giorni successivi Repubblica ha aggiustato il tiro e da quel momento i dati riportati sul sito sono corretti.

Nello stesso errore è incappato anche il Sole24Ore, sul cui sito ancor oggi leggiamo:

Che il rapporto fra italiani e inglese sia quanto meno controverso è risaputo. Ci piace tanto e lo usiamo come sappiamo e come possiamo, anche quando magari non serve.

Un po’ quello che è successo al nostro Ministro degli Esteri, che preso da zelo esterofilo si è espresso sull’emergenza “coronaVAIRUS” attirando le ironie della rete. “Virus”, non serve certo ricordarlo, è una parola latina e vuol dire semplicemente “veleno”; che poi gli inglesi lo vogliano pronunciare “vairus” è affar loro. Ma noi italiani abbiamo un debole per la lingua della perfida Albione e allora c’è chi dice midia invece di media, odit invece di audit, plas invece di plus o giunior invece di junior. Si chiama inglesorum e ad oggi non esistono cure, come per il coronavairus.

Come lo stesso Sole24Ore commentava poco tempo fa riportando i dati dell’Indice di Conoscenza della Lingua Inglese EF EPI pubblicato da EF Education “[…] sul livello di conoscenza dell’inglese, noi italiani restiamo in fondo alla classifica rispetto al resto d’Europa. Peggio di noi fanno solo i francesi. Una ‘incompetenza’ che rischia di costarci caro.”

Di certo rischia di farci prendere qualche sonora cantonata o fare qualche figuraccia da cui potremmo non ricoverarci mai più.

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L'autore
Elisabetta Maurutto
Laureata in Interpretazione (inglese e russo) presso la SSLMIT di Trieste e fondatrice di Linklab, laboratorio di comunicazione multilingue e interculturale. Ha tradotto numerose opere di divulgazione scientifica per una nota casa editrice e lavora come consulente nel campo della Comunicazione Interculturale per conto del MIB School of Business e presso aziende internazionali. Etiquette Consultant certificata, è membro della IAPO – International Association of Professional Etiquette Consultants, nonché Istruttrice certificata Tracom per il metodo Social Styles & Versatility

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